Azioni sul documento

La microfinanza in Burundi e la sfida di parmaalimenta

Introduzione

Il Burundi è un paese la cui economia dipende fortemente dal settore primario. La sola agricoltura occupa, infatti, il 94% della popolazione, contribuisce al 50% del PIL, rappresenta il 95% dell’offerta alimentare e garantisce circa il 90% delle entrate provenienti dalle esportazioni. Il comparto agricolo è stato e rimane ancora oggi il garante della sicurezza alimentare, il polmone dell’economia nazionale e familiare.
Il Burundi è caratterizzato da un’agricoltura di sussistenza praticata da circa 1.2 milioni di gestioni familiari scarsamente monetizzate, ognuna delle quali sfrutta in media circa mezza ara di terreno. La produzione è essenzialmente destinata all’autoconsumo delle famiglie. Il sistema di sfruttamento orientato da sempre alla sussistenza e all’autonomia alimentare ha recentemente mostrato i suoi limiti. Le limitazioni riscontrate sono in particolare la pressione fondiaria, le coltivazioni troppo piccole (poco estese), il modesto volume di prodotti commercializzati, ma anche la generale mancanza, tranne che nella periferia urbana, di sbocchi commerciali per i prodotti alimentari.

Allo stesso tempo, il microcredito, che dovrebbe essere uno strumento lenitivo, è inaccessibile ai piccoli produttori a causa dei proibitivi tassi d’interesse applicati, delle scadenze inadatte per i rimborsi, delle procedure complicate, e infine per via delle garanzie richieste che sono impossibili da soddisfare.
Con la crisi apertasi nell’ottobre del 1993, il fragile equilibrio alimentare esistito fino a quel momento è stato spezzato con conseguente crescita della povertà. Lo scoppio della crisi ha provocato l’abbandono di più di 100.000 appezzamenti e la prolungata permanenza delle persone lasciate senza abitazione dalla guerra ha condotto ad un disboscamento massiccio che espone il terreno ad una violenta erosione. Il reddito pro-capite per abitante è sceso dai 180 USD di prima della crisi ai successivi 110. Il tasso di malnutrizione, pari al 5.6% nel 1987, è balzato al 24% nel 1998.

La quota di popolazione colpita dalla povertà è passata dal 40% al 69%. Tra le persone colpite, le vedove e le donne con funzione di capo-famiglia sono in prima linea.

Parallelamente, l’infezione dell’HIV-AIDS è aumentata in misura consistente: nel periodo 1989-1998 si è passati dall’1% al 6% nelle campagne e dall’11% al 20% nelle zone urbane. La speranza di vita, già molto bassa nel 1993 (51 anni), è scesa fino a raggiungere i 42 anni nel 2000.

La città è divenuta un sicuro rifugio per chi era stato colpito ed era in fuga dalla guerra. Si tratta di persone che vivono assai miseramente e mangiano al ritmo dei proventi dei loro piccoli commerci e degli impieghi trovati giorno per giorno.

Sulla base di questi dati legati alla povertà e alla vulnerabilità di chi è stato colpito (spesso donne), appare evidente la necessità di agire in loro favore. La risposta più efficace e duratura ai loro bisogni sta nel dare a queste donne i mezzi perché possano aiutarsi da sole. La concessione di microcrediti per sostenere attività in grado di produrre un reddito è oggi vista come lo strumento più adatto allo sviluppo e alla lotta alla povertà, ma deve realizzarsi mediante tecnologie appropriate e la necessaria formazione.