La fame tocca circa un miliardo di persone nel mondo
Mentre si celebra ovunque il 60esimo anniversario della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, uno dei diritti umani fondamentali - il diritto all'alimentazione – non cessa di essere scandalosamente violato ed il problema della fame continua ad esistere e a progredire
Secondo le stime dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO), che ha pubblicato all'inizio del mese di dicembre la sua relazione annuale sull'insicurezza alimentare, 963 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2008. Cioè 40 milioni in più rispetto al 2007, anno che aveva già visto questa cifra aumentare di 75 milioni rispetto al periodo 2003-2005. Il bilancio è peggiorato soprattutto a causa del forte aumento dei prezzi alimentari, in più, la crisi economica che tutti i paesi si vedono a dover affrontare potrebbe peggiorare ulteriormente la situazione.
Il tasso delle persone sottoalimentate, pari al 20% negli anni 1990, era sceso al 16% prima del 2005. Nel 2007, è risalito al 17%. Un incremento che ha controbilanciato i progressi compiuti in alcuni paesi e sembra rendere ancora più irraggiungibili gli «Obiettivi del Millennio» di riduzione entro il 2015 del numero di persone che soffrono la fame. E' soprattutto in Asia ed in Africa subsahariana che l'aumento è maggiore. Nel 2007 sette paesi, tra cui India, Cina, repubblica democratica del Congo, Bangladesh, Indonesia, Pakistan ed Etiopia hanno registrato la presenza del 65% dei sottoalimentati.
I più poveri sono le principali vittime del deterioramento dei terreni rurali ma anche di quelli urbani. Le famiglie che non dispongono di terre sono le più vulnerabili, in particolare quelle gestite dalle donne, che tendono ad utilizzare gran parte delle loro piccole entrare per i prodotti alimentari ed hanno ridotte possibilità di accesso al credito ed alla terra per tentare di aumentare la loro produzione.
Secondo la relazione FAO, l'ampiezza di questa situazione dipende in parte dei regimi alimentari. Le famiglie che fanno uso di prodotti alimentari che sono oggetto di un commercio mondiale, come il riso o il granoturco, sono le più esposte. Questo è soprattutto il caso degli abitanti delle città. Per fare fronte all'aumento dei costi, le famiglie riducono concretamente la quantità e la qualità dei prodotti alimentari consumati. Anche le spese per la salute e l'istruzione vengono ridotte. "Se non vengono adottate urgentemente delle soluzioni, la crisi alimentare può avere ripercussioni negative a lungo termine sullo sviluppo umano", afferma all'interno del rapporto FAO Jacques Diouf, il Direttore generale.
Ma la fame non è una fatalità. Nonostante un contesto ed un sistema internazionale ancora non preparato per offrire una alimentazione sufficiente in qualità ed in quantità per tutti, dei miglioramenti rapidi sono possibili con mezzi e strategie d'azione pertinenti. Molti paesi africani che sono riusciti a migliorare il loro settore agricolo in modo duraturo sembrano sulla buona via per ridurre il problema della fame delle loro popolazioni. In Ghana, ad esempio, la gente è molto più desiderosa di ritornare all'agricoltura piuttosto che ad abbandonarla. Le famiglie inoltre sono state relativamente protette delle variazioni dei costi a livello internazionale poiché la loro alimentazione si compone soprattutto di derrate locali (manioca, sorgo).
Il territorio di Parma, per mezzo della cooperazione decentrata si è dato uno strumento concreto per essere protagonista attivo in questa situazione di grave difficoltà, soprattutto in Africa. Attraverso i progetti dell'associazione parmaalimenta, infatti, il territorio è già impegnato concretamente nella lotta alla fame in Burundi. Proprio insieme alla FAO e alla rappresentanza del Governo Burundese in Italia parmaalimenta sta lavorando ad una possibile collaborazione per la realizzazione delle attività previste dal progetto Maison Parma, il cui scopo è quello di incrementare lo sviluppo delle filiere agroalimentri corte garantendo alla popolazione burundese l'accesso al cibo in quantità e di qualità adeguate ed allo stesso tempo rafforzando la capacità di generare reddito. Ma sicuramente l'ampiezza della crisi ed il numero di vite umane che ogni giorno vengono minacciate richiede di intensificare gli sforzi e la combattività di tutti.
Il tasso delle persone sottoalimentate, pari al 20% negli anni 1990, era sceso al 16% prima del 2005. Nel 2007, è risalito al 17%. Un incremento che ha controbilanciato i progressi compiuti in alcuni paesi e sembra rendere ancora più irraggiungibili gli «Obiettivi del Millennio» di riduzione entro il 2015 del numero di persone che soffrono la fame. E' soprattutto in Asia ed in Africa subsahariana che l'aumento è maggiore. Nel 2007 sette paesi, tra cui India, Cina, repubblica democratica del Congo, Bangladesh, Indonesia, Pakistan ed Etiopia hanno registrato la presenza del 65% dei sottoalimentati.
I più poveri sono le principali vittime del deterioramento dei terreni rurali ma anche di quelli urbani. Le famiglie che non dispongono di terre sono le più vulnerabili, in particolare quelle gestite dalle donne, che tendono ad utilizzare gran parte delle loro piccole entrare per i prodotti alimentari ed hanno ridotte possibilità di accesso al credito ed alla terra per tentare di aumentare la loro produzione.
Secondo la relazione FAO, l'ampiezza di questa situazione dipende in parte dei regimi alimentari. Le famiglie che fanno uso di prodotti alimentari che sono oggetto di un commercio mondiale, come il riso o il granoturco, sono le più esposte. Questo è soprattutto il caso degli abitanti delle città. Per fare fronte all'aumento dei costi, le famiglie riducono concretamente la quantità e la qualità dei prodotti alimentari consumati. Anche le spese per la salute e l'istruzione vengono ridotte. "Se non vengono adottate urgentemente delle soluzioni, la crisi alimentare può avere ripercussioni negative a lungo termine sullo sviluppo umano", afferma all'interno del rapporto FAO Jacques Diouf, il Direttore generale.
Ma la fame non è una fatalità. Nonostante un contesto ed un sistema internazionale ancora non preparato per offrire una alimentazione sufficiente in qualità ed in quantità per tutti, dei miglioramenti rapidi sono possibili con mezzi e strategie d'azione pertinenti. Molti paesi africani che sono riusciti a migliorare il loro settore agricolo in modo duraturo sembrano sulla buona via per ridurre il problema della fame delle loro popolazioni. In Ghana, ad esempio, la gente è molto più desiderosa di ritornare all'agricoltura piuttosto che ad abbandonarla. Le famiglie inoltre sono state relativamente protette delle variazioni dei costi a livello internazionale poiché la loro alimentazione si compone soprattutto di derrate locali (manioca, sorgo).
Il territorio di Parma, per mezzo della cooperazione decentrata si è dato uno strumento concreto per essere protagonista attivo in questa situazione di grave difficoltà, soprattutto in Africa. Attraverso i progetti dell'associazione parmaalimenta, infatti, il territorio è già impegnato concretamente nella lotta alla fame in Burundi. Proprio insieme alla FAO e alla rappresentanza del Governo Burundese in Italia parmaalimenta sta lavorando ad una possibile collaborazione per la realizzazione delle attività previste dal progetto Maison Parma, il cui scopo è quello di incrementare lo sviluppo delle filiere agroalimentri corte garantendo alla popolazione burundese l'accesso al cibo in quantità e di qualità adeguate ed allo stesso tempo rafforzando la capacità di generare reddito. Ma sicuramente l'ampiezza della crisi ed il numero di vite umane che ogni giorno vengono minacciate richiede di intensificare gli sforzi e la combattività di tutti.