Le storie di Bilal e Kune: dalla Libia in viaggio verso l’Italia
Bilal e Kune sono due ragazzi africani che hanno lasciato i loro paesi per arrivare in Libia e raggiungere l’Italia. Sono sopravvissuti ad un viaggio finito in tragedia per i loro compagni. La loro storia è simile a quella di molti altri che lasciano tutto per arrivare nel nostro paese
Alle 5 di una ventosa mattina d‘inverno, 257 persone si imbarcano su una vecchia carretta del mare da Janzour, città a 15 km a ovest dalla capitale della Libia Tripoli. Sono dirette verso le coste italiane di Lampedusa su una barca di un contrabbandiere. Dodici ore dopo 21 di loro sono in un centro libico per immigrati irregolari, gli altri sono morti.
Bilal ha 15 anni. Ha lasciato il suo paese, il Gambia, da otto mesi. Nella sua testa ci sono l’Italia, insieme al sogno di un buon lavoro e di una bella casa in cui vivere. Con pochi dollari in tasca attraversa il Senegal, il Mali, il Niger prima di arrivare in Libia. La prima parte del suo viaggio è stata semplice: stessa lingua, nessun bisogno di visto, mezzi di trasporto regolari. Ma quando lascia Agadez, al nord est del Niger e all’ingresso del Sahara le cose diventano improvvisamente più difficili. Viaggiando su un camion ha attraversato il deserto, seguendo l’antica strada che un tempo era territorio esclusivo dei tuareg e berberi. Bilal arriva finalmente a Sabha, nel sud est della Libia e viaggia per 800 km fino a Tripoli nel retro di un furgone, nascosto tra degli oggetti dopo aver pagato 80 dollari per raggiungere il punto più a nord dell’Africa. Una volta giunto a Tripoli Bilal si muove da solo. Trova un posto in una stanza condivisa con altre 15 persone. Altri 80 dollari per l’affitto. Grazie a qualche lavoretto Bilal riesce, in soli quattro mesi, a raccogliere e risparmiare 1200 dollari. Per lui ed altri come lui la Libia è la terra promessa. Lui, come un qualsiasi adolescente senza appoggi e senza parlare l’arabo in pochi mesi riesce ad accumulare l’equivalente di una anno di salario in Gambia. Con
i suoi soldi in tasca, un giovedì di marzo Bilal si trasferisce in un appartamento fuori Tripoli dove incontra centinaia di altri Bilal.
Kune dalla Costa d’Avorio ha 24. Da nove mesi ha lasciato il suo paese, il suo lavoro di taxista, la moglie e i figli, seguendo il consiglio del cognato “Vieni in Libia, molto lavoro, molti soldi”. Per tre mesi Kune continua a viaggiare dalla Costa d’Avorio al Burkina Faso, al Niger per arrivare in Libia. Spende tutti i soldi , circa 500 euro, che aveva raccolto per attraversare il deserto. Come per Bilal il viaggio da Sabha a Tripoli è la fase più pericolosa del viaggio. La polizia sa che qualche libico, desideroso di guadagnare soldi facili, chiede una cifra attorno ai 95 dollari per dare passaggi agli immigrati irregolari. Per questo ogni furgone viene controllato. Kune fa un viaggio di 800 km nascosto sotto una salvietta sul retro di un pick up. A Tripoli, finalmente incontra il cognato che lo aiuta a trovare un lavoro e un posto in cui stare.
Dopo 6 mesi a Tripoli, Bilal e Kune decidono di cogliere un’opportunità e decidono di attraversare il Mediterraneo. Kune non ha ancora raccolto abbastanza denaro per pagare il contrabbandiere, ma suo cognato si offre di coprire la cifra mancante.
Bilal e Kune si scambiano sguardi terrorizzati quella ventosa mattina. Si aggrappano alla prua galleggiante di una nave che si appresta ad affondare, a 30 miglia dalla costa. C’è stata una richiesta di SOS. Non c’è niente da mangiare o da bere, solo l’acqua gelida del mare d’inverno. Dopo 7 ore sono stati salvati, insieme ad altre 19 persone, da una nave libica. Per le altre 236 persone, incluso il contrabbandiere, le cose sono andate diversamente.
Le storie di Bilal e Kune sono state raccolte da Michele Bombassei, membro dello IOM, l’Organizzazione Internazionale per gli Immigrati. La loro storia è simile a quella di tante altre persone che intraprendono viaggi della speranza con il sogno di un lavoro, una casa o per sfuggire a situazioni di tortura e oppressione. Chiedono che siano loro riconosciuti quei diritti fondamentali, sanciti nelle varie convenzioni internazionali, che il nostro paese ha sottoscritto e che si impegna formalmente a promuovere.
Respingere le navi che dalla Libia si dirigono verso le nostre coste, oltre a violare il principio di non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951, comporta anche la responsabilità del nostro paese per quanto riguarda le conseguenze del respingimento stesso.
Questo è quanto l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha denunciato nei giorni scorsi. Nonostante il riconoscimento che l’immigrazione irregolare rappresenta una difficile sfida per l’Italia e gli altri paesi dell’Unione Europea, l’UNHCR ha espresso una forte preoccupazione per la politica attualmente adottata dall’Italia che mina l’accesso all’asilo nell’UE. Le preoccupazioni dell’UNHCR sono acuite dal fatto che la Libia non ha firmato la Convenzione sullo status di rifugiato del 1951 e non possiede né una legge sull’asilo né un sistema di accoglienza e protezione dei rifugiati. In considerazione del fatto secondo il quale gli stati sono responsabili per le conseguenze delle proprie azioni nei confronti di persone che si trovano sotto la loro giurisdizione, l’UNHCR si appella al governo italiano affinché riammetta sul proprio territorio le persone che sono state rimandate indietro dall’Italia e che sono stati identificati dall’UNHCR come richiedenti asilo. L’UNHCR, infine, ritiene imperativo trovare soluzioni affinché le misure di controllo dell’immigrazione non impediscano l’accesso alla protezione internazionale a coloro che ne hanno bisogno.