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L'ONU denuncia la violenza sulle donne

In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, lo scorso 25 novembre l'alto commissario dell'ONU per i Diritti dell'Uomo, Navi Pillay, ha denunciato il carattere endemico della violenza contro le donne nelle zone di conflitto armato, come pure la passività degli stati a perseguire e punire i colpevoli

In un comunicato stampa, la signora Pillay ha deplorato il fatto che "La violenza contro le donne è ancora oggi un grave problema in tutto il mondo. In molte situazioni di conflitto questa violenza è endemica”, ha denunciato l'alto commissario. "Nella Repubblica Democratica del Congo, più che in ogni altra parte del mondo, la situazione è evidente: centinaia di migliaia di donne sono state violentate, picchiate, ridotte in schiavitù o uccise nel corso degli ultimi dieci anni senza che quasi nessuno sia stato punito".
La giurista sudafricana ha aggiunto che le donne non sono vittime di violenze soltanto nelle zone di conflitto ma anche nella loro vita di tutti i giorni; in molti paesi le donne sono ancora oggi trattate come cittadini di secondo livello e vi sono società in cui gli uomini sono perfettamente consapevoli del fatto che se picchiano, feriscono o addirittura uccidono le loro mogli o le loro figlie, non ne risponderanno dinnanzi ad un tribunale." Quale messaggio trasmette uno Stato alle giovani generazioni se devia lo sguardo quando un genitore maltratta un membro della propria famiglia?" ha sottolineato Pillay.

Secondo uno studio dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) pubblicato quest'anno, i danni causati dai maltrattamenti inflitti alle donne da partner violenti vanno ben oltre il breve termine. Le violenze fisiche e sessuali causano di solito aborti o problemi durante la gravidanza, disordini ginecologici o gastro-intestinali e diversi dolori cronici.
Il conflitto armato ha incrementato il numero delle violenze, che aumentano anche all’interno delle famiglie e delle comunità.
L’attitudine più diffusa è quella di incriminare la vittima, lasciar intendere che la violenza subita sia sua responsabilità, e allontanarla dalla comunità. Una forma di oppressione a cui il sistema giudiziario non dà risposta, e davanti alla quale le donne sono senza strumenti, in particolare nelle zone rurali, come sostiene Alice Vendramin Perosa (Casco Bianco in Burundi).
In Burundi, per esempio, il governo non dispone di un sistema di controllo che pubblichi rapporti sulla frequenza delle violenze, così come sull’efficacia delle misure prese dalle autorità competenti per fare fronte a questo problema. La maggior parte delle vittime ha meno di trent’anni, mentre il 24% ne ha meno di undici. Le ragazze minorenni sono le più esposte: nel dicembre 2006 il 60% delle violenze segnalate riguardavano minori. Quando una minorenne subisce violenza la società burundese considera la madre come la responsabile. Le vittime sono oggetto di scherno e di umiliazioni e diventa difficile per loro sposarsi o trovare un compagno. Una donna rifiutata dalla propria comunità viene cacciata dal suo domicilio e obbligata ad arrangiarsi. In questi casi le donne non hanno più la possibilità di far fronte ai propri bisogni e spesso si ritrovano a vivere nella completa indigenza.
Inoltre le vittime e le loro famiglie fanno spesso riferimento al sistema tradizionale e informale del regolamento dei conflitti, secondo cui la famiglia della vittima di violenza negozia con la famiglia dell’aggressore. Questa procedura spesso consiste in un versamento di denaro o di altri beni alla famiglia della vittima. Un altro termine d’arrangiamento amichevole consiste nell’organizzare il matrimonio tra la vittima e l’aggressore. Le violenze all’interno della famiglia sono abbastanza diffuse, tuttavia le donne sono meno disposte a denunciare il loro marito o padre: l’arresto significherebbe la perdita della principale risorsa della famiglia.

In Italia, secondo statistiche rese pubbliche durante una manifestazione che si è tenuta a Roma il 22 novembre scorso contro le violenze di cui sono vittime le donne, una donna viene uccisa ogni tre giorni da un uomo. Nel 2007 126 donne sono state uccise, di cui 44 dai loro mariti; ma anche qui i dati non rispecchiano assolutamente la realtà.
Anche a Parma, dove il presidente della Provincia Vincenzo Bernazzoli, insieme all'assessore provinciale Tiziana Mozzoni, ha presentato il vademecum "Quando una donna che ha subito violenza chiede aiuto" realizzato dalla Provincia di Parma, i dati raccolti sono solo la punta di un iceberg.
Settantatrè denunce in un anno, 170 donne accolte dal centro antiviolenza, 18 le denunce raccolte dai Carabinieri, 55 quelle registrate dalla Polizia. Questa "guida", in cui sono presenti indirizzi e numeri utili, parla in quattro lingue (inglese, francese, russo, arabo) proprio perché tra le vittime sono in aumento le donne straniere.

La Provincia di Parma gestisce anche uno sportello che fornisce assistenza alle donne che subuiscono violenza tra le mura domestiche. Tra le associazioni di volontariato che prestano servizio all'interno di questo sportello anche l'associazione Mwassi, socia di parmaalimenta.